In una di quelle serate particolari e insonni, in cui una strana inquietudine attanaglia il cuore e batte come un tamburo, tanto da vincere addirittura la fatica e il sonno, per puro caso mi cade l’occhio su un libro regalatomi un sacco di tempo fa e mai aperto: “Rime” di Michelangelo Buonarroti. Il richiamo ad aprirlo e cominciare a leggere qualcosa si fa proprio pressante, e scopro subito un nuovo amico e compagno di vita. Aprendo quasi a caso, ecco cosa leggo:
“Gli occhi mie vaghi delle cose belle
e l’alma insieme della sua salute
non hanno altra virtute
c’ascenda al ciel, che mirar tutte quelle.
Dalle più alte stelle
discende uno splendore
che ’l desir tira a quelle,
e qui si chiama Amore. Né altro ha il gentil core
che l’innamori e arda, e che ’l consigli,
c’un volto che negli occhi lor somigli” (rima numero 107)
E si scopre così che ciò che muove e commuove un artista tanto geniale e tormentato come Michelangelo è lo stesso desiderio che ogni uomo ha come essenza costituente del proprio cuore, riconoscere che l’unica cosa che riempie veramente è quella Bellezza che da sempre ognuno attende e che altro non è se un dono “dalle più alte stelle”. Quel bisogno lì, quel desiderio lì è quello che “qui si chiama Amore”.
creazione d'Adamo, Cappella Sistina
E poi nella rima numero 274, quando la sorte si fa avversa e difficile, ecco sorgere una delle richieste di aiuto che più mi hanno commosso: “Signor mie caro, i' te sol chiamo e 'nvoco contr'a l'inutil mie cieco tormento […]. Ogni ben senza te, Signor, mi manca; il cangiar sorte è sol poter divino.” Signore, senza di Te ogni cosa mi sembra effimera. Solo tu puoi cambiare il mio destino
“Deh fammiti vedere in ogni loco!
Se da mortal bellezza arder mi sento,
appresso al tuo mi sarà foco ispento,
e io nel tuo sarò, com'ero, in foco.
Signor mie caro, i' te sol chiamo e 'nvoco
contr'a l'inutil mie cieco tormento:
tu sol puo' rinnovarmi fuora e drento
le voglie e 'l senno e 'l valor lento e poco.
Tu desti al tempo, Amor, quest'alma diva
e 'n questa spoglia ancor fragil e stanca
l'incarcerasti, e con fiero destino.
Che poss'io altro che così non viva?
Ogni ben senza te, Signor, mi manca;
il cangiar sorte è sol poter divino.” (rima numero 274)
E infine, all’ultima rima che decido di leggere, Michelangelo mi fa un ultimo dono, il regalo di un nuovo amico e compagno di Avventura:
“Gl’infiniti pensier mie d’error pieni,
negli ultim’anni della vita mia,
ristringer si dovrien ’n un sol che sia
guida agli etterni suo giorni sereni.
Ma che poss’io, Signor, s’a me non vieni
coll’usata ineffabil cortesia?" (rima numero 286)
E scopro così che ciò che sostiene la vita tanto tormentata di questo artista, ciò che gli permette di dipingere, di scolpire, di progettare, di creare, è la stessa domanda che stringe il mio cuore: “ma che poss’ io,Signor, s’a me non vieni coll’usata ineffabil cortesia?”
Adrians

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